cartina madonie

Amministrazioni e consigli civici liberal-democratici tra due secoli (XIX-XX)

Negli anni che vanno dal 1892 al 1905-10 sulle Madonie prevalse un orientamento politico filogovernativo e trasformistico che sarà poi mutuato dalle forze del territorio che si richiamavano al popolarismo.

In questa sede scriveremo dei principali problemi e della composizione politica degli organi di autogoverno del collegio di Petralia Sottana nel corso dell’età liberale.
Per avvicinarsi a comprendere quale tipo di “liberalismo” coltivassero, iniziamo dunque, con l'evidenziare quali politiche di fondo tentarono di adottare le forze politiche del territorio. Un riferimento importante può essere costituito dai bilanci comunali.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, i bilanci dei Comuni amministrati da giunte dal vago orientamento politico monarchico-liberale prevedevano il finanziamento di progetti per la modernizzazione della società locale. I limiti di tali propositi - ricordiamo la carenza di liquidità e lo sperpero di quella esistente in improduttivi abusi clientelari perpetrati dai gruppi al governo della cosa pubblica (come già efficacemente evidenziato da Giuseppe Barone) - in alcune realtà frenarono la possibilità di sviluppo e di cambiamento. Così avvenne in diversi Comuni del collegio di Petralia Sottana. Non molto diversa si presentava la situazione nel resto delle Madonie. E' scontato che tali propositi di rinnovamento infrastrutturale e dei servizi di interesse pubblico dovessero essere finanziati. Oltre al ricorso all'autofinanziamento comunale, derivante dalle entrate finanziarie municipali, venivano inoltrate delle richieste di prestito alla Cassa Depositi e prestiti.
Sul fronte delle entrate alcuni bilanci liberali, controllati dal baronaggio, cercarono di scaricare, nei limiti del possibile, gli oneri della lenta modernizzazione sui ceti medi e su quelli più disagiati. Così fecero i baroni Li Destri, sindaci di Gangi, a guida di amministrazioni monarchico-liberali, nel 1895 e nel decennio seguente. Nel medesimo paese frazioni del baronaggio avrebbero poi sostenuto Vittorio Emanuele Orlando ed il sistema giolittiano. I loro avversari a partire dal 1910 tentarono di fare lo stesso con alterne fortune.
Gli interessi sia dei ceti latifondisti aristocratici e dei facoltosi proprietari-allevatori -sempre nei limiti imposti dalle scelte discriminatorie e dei vantaggi della fazione vincente- ebbero, nel complesso, la meglio. Il che è evidenziato dal fatto che la tassa focatico fosse il doppio di quella sul bestiame Questo orientamento arbitrario e vessatorio nei confronti dei ceti umili e dei poveri (non appartenenti alla clientela del partito al governo della cosa pubblica paesana) fu ulteriormente evidenziato a Petralia Sottana, nei primi anni Novanta, dall’introduzione di una tassa sui consumi. Gli interessi dei grandi “marcati” e delle masserie latifondistiche, d'accordo con l'autorità prefettizia, trovarono ampie garanzie fiscali all'ombra del liberalismo. Infatti, nonostante il fatto che nel 1892 si fosse verificata una crisi amministrativa che portò alla nomina di un regio commissario, gli accordi sottobanco tra quest'ultimo e potenti baroni e borghesi, fecero sì che la tassa sul bestiame e la sovrimposta fondiaria venissero sensibilmente ridotta (la prima da L.4.485,57 a L.2.068, la seconda da L.11.000 a L.2.744 !). Diversi anni più tardi, cioè nel 1905, a Geraci due terzi delle imposte locali erano assorbite dalle proprietà fondiarie, e circa quinto delle entrate comunali (al secondo posto delle entrate) era garantito dalla tassa sul bestiame. Ricordiamo che Geraci era un centro dalle basi economiche prevalentemente costituite dall'attività zootecnica. In decremento risultavano nel 1905 gli introiti comunali provenienti da quest'ultima tassa rispetto al 1903 (L.4103 contro le L.3469 del 1905).
Nell'ambito del soddisfacimento degli interessi della grande proprietà agricola e dell'allevamento, ci si preoccupava pure di affidare l'appalto del dazio a propri clientes. Si trattava di rapporti, specie in relazione ai grandi possidenti che sedevano in un'aula consiliare, formatisi al di fuori dell'ambito istituzionale. In tale ambito venivano traslati i legami di subordinazione clientelare che legavano aristocratici e ricca borghesia fondiaria. Così i vari baroni petraliesi, gangitani e polizzani portavano in consiglio ed in giunta un cospicuo seguito di amici e dipendenti. Ad esempio nel 1895, il gabelloto del dazio di Gangi, Giovanni Fatta, vide votarsi dal Consiglio comunale, egemonizzato dal baronaggio, un aumento dell'aggio dovutogli per il servizio di riscossione da lui gestito. Questo, su proposta del sindaco: il barone Antonio Li Destri di Rainò.
Era normale che non sempre la sperequata imposizione fiscale fosse accettata dai concittadini. Insorgeva contro tale questione qualche "tribuno del popolo", che in realtà cercava a fini di predominio politico di spodestare la giunta in carica. Spesso si trattava di esponenti del mondo di ricchi o benestanti proprietari e professionisti come i Rossi di Petralia. Si trattava, in quest’ultimo caso, di una famiglia che trovò una vantaggiosa collocazione nell'ambito dello schieramento liberale democratico.
Nel loro paese, Petralia Sottana, negli anni Novanta dell'Ottocento, clientele e società di mutuo soccorso "costituzionali" vennero mobilitate al grido di "abbasso le tasse". Difatti, gli aristocratici Pucci giunsero al punto di utilizzare la rabbia antifiscale dei ceti medi e del mondo contadino, facendo ricorso alla locale Soms, dagli stessi controllata, e di pagare personalmente il dazio sul consumo di pasta e formaggio. Del resto, il problema fiscale era stato fortemente sentito da tutti i ceti sociali sin da tempi molto lontani. Parecchie ribellioni contadine erano state fatte all'insegna dell' “abbasso le tasse”.

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