sopranese torneo delle madonie

IL TORNEO DELLE MADONIE E IL CALCIO COME FENOMENO “VIRALE”: UNA NUOVA “RELIGIONE” LAICA E MODERNA

Una storia della società madonita sarebbe incompleta se non trattasse del ruolo del football in quelle comunità montane. Il calcio nel secondo dopoguerra cominciava a diventare un importante fenomeno sociale.

Era (ed è) una rilevante forma di aggregazione ed identitaria di “gruppi allargati”, più o meno vasti. All’interno di un paese i ceti sociali si univano e radunavano tutti insieme, durante il nuovo rito domenicale laico della partita, sotto un’unica fede (un rito integrativo o sostitutivo di quello plurisecolare di natura religiosa: la messa): i colori sportivi della propria compagine paesana impegnata contro “i nemici esterni” che minacciavano il proprio gonfalone e il prestigio comunitario. Era ed è una forma sublimata e moderna di espressione delle antiche rivalità e guerre fra clan, fazioni, municipi. Una modalità di sublimazione degli istinti aggressivi umani, ma anche dei più sani bisogni di socialità. Nella memoria dei madoniti più anziani è vivo ancora oggi il ricordo di come, sotto la spinta (negli anni post-bellici) delle gesta del Grande Torino di Valentino Mazzola (per 5 volte consecutive campione d’Italia e capace di fornire alla Nazionale italiana 10 giocatori su 11) trasmesse e veicolate da radio e giornali (poi dalla TV), il calcio si fosse radicato in periferia, in ogni paese delle Madonie. Una squadra di una frazione di Petralia negli anni Cinquanta si fece chiamare Maroso Fasanò in onore di uno dei famosi calciatori granata caduti a Superga (Maroso era un forte terzino del Grande Torino). Alle prime competizioni di carattere amichevole ed episodico tra team montani si sostituì una manifestazione più articolata, dalla cadenza annuale, cui presero parte diversi paesi. Nacque il Torneo delle Madonie (la sua prima edizione nel 1950) in cui vecchi e nuovi campanilismi fra borghi presero forza e vigore. Ma pur tra divisioni, il calcio visto in quella dimensione contribuì a rafforzare l’identità e il senso di appartenenza ad una comunità un po’ più vasta, extra-paesana: quella madonita. Soprattutto ne uscì rafforzata la consapevolezza di far parte di una comunità più ampia. Il relativo senso identitario non sempre era chiaro e definito prima di allora, divisi come erano stati fra loro i vari borghi montani nella propria (in parte) eterogenea storia (ad es. l’essere stati inseriti dopo il M.Evo in domini signorili feudali in parte diversi, si pensi anche alla natura storica non signorile ma demaniale o vescovile di Polizzi G. e Cefalù; si consideri il naturale isolamento paesano imposto da un sistema viario precario o quasi inesistente). Scrive a conferma di ciò ai nostri giorni il presidente della Federcalcio Sicilia Sandro Morgana: “Il torneo delle Madonie era molto di più, era diventato un fatto di costume che, entrando nel novero delle tradizioni popolari di quel territorio, aveva caratterizzato perfino i rapporti tra le varie comunità ed i singoli cittadini ma, cosa ancora più importante, al di là della accesa competizione sportiva, che sembrava legittimare ogni azione, nasceva tra i partecipanti un rapporto di amicizia e comunanza sociale che andava oltre gli egoismi di parte determinando vincoli solidaristici”. Riguardo l’incerta identità comune, unitaria degli abitanti di tutti paesi madoniti, c’è da dire infatti che riesce un po’ difficile elaborare una categoria concettuale comune sul piano storico definibile homo madoniensis. Sovviene in proposito un documento del 1950. Si tratta del verbale istitutivo del torneo denominato Coppa calcistica delle Madonie, redatto dal relativo Comitato promotore . Se ne individuavano gli scopi. Tra questi si cita l’obiettivo sociologico: “di far si che, fra i centri delle Madonie, materialmente vicini, ma spiritualmente lontani, venga superata questa atmosfera di isolazionismo che spesso trascende in una forma di campanilismo antagonistico, mentre occorre curare un’atmosfera comunicativa ed agonistica, generatrice di vantaggi d’ordine morale, sociale ed economico”. Si trattava di un retaggio ancestrale comunale fondato sul campanilismo e sull’ isolamento culturale, rivelato anche da varianti dialettali. Tale retaggio del lontano passato caratterizzava ancora, a metà del Novecento, la vita dei vari paesi madoniti. Era opportuno superarlo. Il calcio ebbe anche effetti e ricadute sul piano economico. Ciascun Comune si dotò di un campo sportivo poi via via ampliato e dotato di tribune (in origine i tifosi assistevano alle partite da fondo-campo e dai bordi del campo o da collinette sormontanti il campo da gioco; Gaetano Sconzo ha ricordato i pericoli di una tale organizzazione: “la squadra di casa praticamente giocava in 10 contro 11”. Fondi pubblici consistenti furono dirottati in tale direzione. Varie ditte ed imprese locali (e non) presero parte ai lavori di costruzione o ristrutturazione dei piccoli impianti sportivi madoniti (talora integrati oltre che da spogliatoi, anche da campetti di altri sport: tennis, pallavolo, basket). L’inserimento successivo delle squadre madonite in campionati dilettantistici nazionali su base provinciale, regionale o (più tardi) interregionale comportò il riconoscimento di rimborsi-spese o di veri e propri “stipendi” per i calciatori (specie nei campionati “superiori”: Promozione, serie D). Biglietti, abbonamenti annuali sono stati le fonti di finanziamento per i locali team calcistici. Più tardi ditte commerciali e istituti di credito locali avrebbero sponsorizzato quelle piccole società calcistiche. L’unica squadra madonita (negli anni Novanta) capace di sfiorare l’accesso nel calcio semi-professionistico (C2) fu l’ U.S. Gangi (prima nel suo girone perse lo spareggio con la vincitrice di un altro girone: il Matera). Essa riuscì ad infrangere le barriere campanilistiche fra paesi. Diversi sportivi dei paesi vicini andavano a sostenere l’U.S. Gangi nelle corso delle sue performances agonistiche. Questa squadra non rappresentava più solo la squadra del paese di Gangi, ma diveniva l’espressione di un territorio più vasto: quello madonita (quantomeno delle Alte Madonie). Rappresentava un’ intera comunità montana ed anche i suoi problemi di arretratezza socio-economica. Una comunità pur sempre periferica al cospetto dei grandi centri costieri: Palermo, Catania, Messina. L’affermazione calcistica del Gangi rappresentava una rivincita morale di portata non solo sportiva per quel territorio. Tale squadra era anche un veicolo promozionale per il territorio, andando a giocare in grandi o sperduti paesi siciliani, ma anche fuori dalla Sicilia (Calabria, Lazio, Campania). Un paese che aveva assurto agli onori delle cronache nazionali in passato per fatti negativi (L’Operazione Mori del 1926) ora si faceva conoscere in Italia per aspetti positivi: le vittorie sportive. Anche se poi passato e presente negli aspetti meno piacevoli si sarebbero nuovamente intrecciati. Un recente almanacco del calcio nazionale (che si occupa tradizionalmente del calcio dalla serie A alla D) ha inserito il nome del Gangi nelle sue statistiche. Si ricordi anche la valenza politica di legittimazione e raccolta di consensi elettorali rivestita dal calcio, anche sulle Madonie. Non solo in tempi recenti ma anche nei lontani anni Cinquanta o Sessanta: erano i tempi del torneo delle Madonie. Valga a scopo semplificativo la narrazione di questo breve episodio. Un ex-giocatore (ora scomparso) raccontava negli anni Novanta agli amici di quando un onorevole o un candidato elettorale promise a giocatori e presidenza di una squadra madonita di fornir loro le divise e le scarpette da gioco in cambio del sostegno elettorale. Più tardi il meccanismo si sarebbe consolidato. In conclusione, il calcio, dunque, è stato ed è un fenomeno rilevante ed integrante anche della storia di quel territorio montano. E’ un pezzo importante e non secondario per chi voglia capirne caratteri e risvolti nel corso della seconda metà del Novecento. E’ una tappa di affermazione dei processi del cambiamento sociale. Le sue prime espressioni significative sulle Madonie (si pensi al prima citato torneo montano), come altri hanno sottolineato, sono state un fatto culturale e storico che andavano ben al di là della loro dimensione puramente agonistica.

 

Bibliografia

F. Falcone- L. Landolina, Torneo delle Madonie un calcio d’altri tempi, Roccapalumba, Ed. ISPE, 2013

Almanacco illustrato del calcio 2016, Modena, Panini

 

Tratto dal libro scritto e curato da Mario.Siragusa: "Storia della società madonita :dai baroni ai borghesi"

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