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LA CULTURA NELLE MADONIE TRA IL XVI E IL XVII SEC.

Poter lavorare per la Chiesa era l’aspirazione di tutti gli artisti.

Dovrebbe avere avuto un certo peso il fatto che Giorgio Da Milano, Bartolomeo Berrettaro, Francesco Del Mastro, i Mancino, i Gagini, abbiano scolpito per Petralia Sottana, Geraci, Caltavuturo, Castelbuono, Polizzi, S. Mauro; e che per Polizzi, Isnello, Petralia Soprana, Collesano, abbiano dipinto i pittori Tomaso de Vigilia palermitano, Guglielmo da Pesaro, Vincenzo da Pavia.

Certo, comunque, è che negli anni del Frate Umile Pintorno si sono già accumulate, accanto a quelle ultramontane, numerosissime altre opere d’arte sicuramente locali, i cui autori purtroppo ci sono nella massima parte pressocchè ignoti: e proprio quando vive il Petralese l’arte madonita, specialmente nella pittura, esplode magnificandosi con Gaspare Vazano di Gangi (1555-1630) e con Giuseppe Salerno (1570-1632), anch’esso gangitano, e con Giacomo Lo Varco (1635-1643), di Collesano, i quali due si dispongono a scuola presso Vazano, che è il più anziano e però non resiste all’influsso del Salerno cui accade di potersi perfezionare presso più illustri botteghe. Chiese e conventi ne sono arricchiti ed adornati: Vazano dipinge a Petralia Sottana in S. Francesco, a Gangi nel SS. Salvatore, a Collesano nella Madrice (1624); Salerno a Petralia Sottana nella Madrice (1629), ad Isnello nella Madrice, a Polizzi in S. Orsola e - pare - nella Madrice; Lo Varco a Petralia Sottana in S. Francesco, a Collesano nella Madrice vecchia (1644) ed in quella nuova i 1624), e pure nell'Annunziata. Di più, certo è che si determina uno scambio di presenze. Come il palermitano Giuseppe Albina, detto il Sozzo, viene a lavorare per le Benedettine di Collesano (1596), Pietro Ruzzolone, anch’esso palermitano, per la Madrice nuova di Castelbuono, ed il messinese Antonio Catalano il Vecchio per i Cappuccini dello stesso paese (1601), così Vazano valica le Madonie ed è presente a Palermo in S. Francesco di Paola, ad Adrano nell'Assunta, a Randazzo in S. Nicolò, a Calatafimi in S. Caterina (1617), mentre Salerno è ad Adrano insieme a Vazano, ad Avola in S. Maria di Gesù, a Caltanissetta nella Badia di S. Spirito, ad Erice (1588) e Carini presso i Cappuccini, a S. Martino delle Scale a Palermo, e nella stessa città a S. Francesco, S. Ignazio all'Olivella, S. Orsola, S. Giovanni dei Napoletani, S. Agostino. La Chiesa rappresentava, nel caso di uomo privo di fortune, un’opportunità buona per collocarsi al di fuori dei bisogni della sopravvivenza, e ciò era vero anche se si trattasse di ordini che vivevano solamente di elemosina (giacché la carità sulle Madonie non mancava mai), pur essendo ovviamente cosa migliore se ci si poneva sotto altre regole, per le quali la povertà era pure precetto, ma valido soltanto per i singoli componenti della comunità, senza dunque impedire alla comunità stessa di largheggiare per donazioni, lasciti testamentari, buona amministrazione delle rendite ricevute. Ed anche in altri casi si vestiva l’abito ecclesiastico o quello di un ordine religioso ma per ragione che, per quanto diversamente, era pur sempre di convenienza materiale: perché cioè le fortune di nobili genitori di numerose prole non svanissero nei frazionamenti ereditari.
Del resto non erano mancate né mancavano autentiche vocazioni: come Simone Ventimiglia, già viceré di Sicilia, si era fatto sacerdote nella prima metà del '500, e Giovanni La Farina e Ventimiglia era entrato fra i Gesuiti nel 1577, così ai primi del '600 va in convento la baronessa del Landro di Petralia Soprana, e negli anni seguenti abbraccierà lo stato eccle¬siastico Martino La Farina, dei baroni d’Aspromonte e marchesi delle Madonie. E non pochi - plebei, borghesi, nobili - ebbero veramente a distinguersi per qualità morali e zelo religioso: il cappuccino Sebastiano da Gratteri, che era morto (1562) dopo essere stato in vita "onorato da frequenti apparizioni", il cappuccino Giovanni Maria da Geraci (1548?-1640), il polizzano Girolamo Errante (1544-1611, anch’egli cappuccino e di vivo attaccamento all’ordine, Angelico Rampolla, polizzano dei Fatebenefratelli, dotato di non comune saggezza (m. 1675), Illuminato Oddo (m. 1683), cappuccino di Collesano che - come riporta Amico - era "sommamente ornato di religiosi costumi".
Bisogna aggiungere che al tempo del Pintorno la Chiesa stava ovun¬que dando vigoroso impulso alla formazione culturale dei propri componenti, cosicché nelle Madonie, con la religione, si aveva modo di trovare non solo sostentamento, ma anche istruzione, la quale era preziosissima cosa, perché le istituzioni laiche locali, sostanzialmente latitavano: basti ricordare che il viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, nel 1517 aveva formalmente proibito ai comuni di nominare maestri.
In seno alla Chiesa si perveniva, invece, al "sapere", di cui sono buona testimonianza le biblioteche che le varie comunità possedevano, come i Cappuccini a Petralia Sottana, o i Riformati a Petralia Soprana. Si trattava, essenzialmente, di opere sacre, di classici latini e greci, di libri di storia, su cui si basarono le culture dei vari Errante ed Oddo, già nominati per le loro virtù ma - a quanto pare - celebrati ai loro tempi anche per dot¬trina filosofica e teologica; era presente pure la "scienza", e le sue letture dovettero pur dare qualche frutto, se pensiamo a Girolamo Carruba (m. 1570), carmelitano di Polizzi, che per la conoscenza della meccanica e della tecnica orologiaia era stato chiamato a corte da Filippo II.
Parte di questo sapere, fortunatamente, si riversava all'esterno, perché i religiosi erano autorizzati dalla Chiesa, ed anzi sollecitati, affinché a loro volta insegnassero (gratuitamente) alle classi popolari almeno i rudimenti grammaticali ed aritmetici. In Sicilia, anche perché l'ordinanza di Monteleone tenacemente perdurò, gli ordini divennero dunque punto di rife¬rimento quasi esclusivo, e in ciò si distinsero i Domenicani ed i Gesuiti, que¬sti ultimi però con tendenze elitarie, e solo a partire dalla seconda metà del XVII secolo (a Polizzi) nonché i teatini ed i chierici delle Scuole Pie, anche essi tardi (e non sulle Madonie).

Tratto dal libro di Salvatore Mazzarella – UOMINI E COSE DELLE MADONIE

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