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Parlare delle caratteristiche culturali delle Madonie è sempre un rischio perché si può fare confusione fra cultura delle Madonie e cultura dei madoniti.

Effettivamente, atti di nascita, cognomi, titoli feudali, possono esprimere ben poco in termini di cultura del territorio se corrispondono a vite che non siano state, localmente vissute; e per questo aspetto in verità, mentre scarsa è l'informazione biografica, dovrebbe valere una negativa presunzione giac­ché il centro del mondo - anche di quello siciliano - sicuramente si colloca­va ben oltre le Madonie, a Palermo, a Roma, nella Spagna, ove si trovavano le scuole, i massimi organi giudiziari, le fonti politiche dell'ordinamento: il marchesato delle Madonie, per esempio, si adattò a uomini che furono certo assai attivi nel campo della cultura, i La Farina, ma è noto che alcuni dei suoi esponenti vissero ed operarono altrove, come Martino che specialmente in Spagna s'occupò da studioso.

Purtroppo è arduo percorrere vie di maggiore puntualizzazione, per la negativa influenza di antichi e moderni fattori che congiuntamente intralcia­no.

La storiografia locale infatti è stata solo cittadina: non si scrivevano storie delle Madonie, ma di Castelbuono (scritta, a quanto pare, da Ottavio Abruzzi, padre di Baldassare), Polizzi (più copiosamente onorata da certo Malatacca, Francesco Caruso, Gioacchino Di Giovanni), Collesano (esposta cronicisticamente nel "Libro rosso" di Rosario Gallo), Petralia Sottana. Né la storiografia "ultramontana" si è mai disposta ad una considerazione sistematica. Del resto è spesso intrisa di favole: persino Fazello, lasciando da parte senso storico trovato per altri luoghi e fatti, delle Madonie scrisse come di un territorio dove crescevano erbe che indoravano i denti alle capre che le mangiavano, e raccontò di terre che restituivano le ossa dei Giganti che le avevano abitate (in Petralia Soprana, a Bilicino). Più serio fu Rocco Pirro, cui poi giovò l'Amico, ma egli faceva opera settoriale, cosic­ché meglio sovviene lo stesso Lexicon del secondo storico che, sebbene non sia altro che un dizionario, tuttavia nelle pertinenti voci contiene più genera­li notizie.

E non si può recuperare alle lacune che si sono create nel giacimento culturale. Chiese, conventi e palazzi - nella distrazione dei santi protettori - sono stati nati o addirittura atterrati dai terremoti; lo zelo intollerante del clero ha frantumato antiche vestigia del più remoto passato, come ebbe ad operare monsignor Castelli a Polizzi; esagitati rivoluzionari e rabbiosi reazionari, mal concependo le modalità di fare la storia o subirla, hanno bruciato le carte delle università e delle terre, o le hanno mutilate espungendone conn­ettenti testimonianze; la soppressione degli ordini religiosi e l’inarre­stabile decadimento della nobiltà hanno fatto trasmigrare in mani non sempre accorte i patrimoni artistici, documentali e librari.

Sono vicende, del resto, che hanno continuato a caratterizzare gli anni più recenti nelle Madonie, mutato – s’intende - ciò che si deve mutare. Molti hanno abbandonato alla smania ristrutturatrice i palazzi che avevano appena acquistato; arcipreti hanno fatto commercio di quadri e sculture, con­fermando l'opera saccheggiatrice dei ladri, gli uni e gli altri sostenuti da altrui brutali bramosie d'antiquariato; sindaci hanno lesinato denaro e atten­zioni verso le carte comunali, che sono state lasciate giacere in vecchi magazzini, a terra e nei sacchi. E c’è poi da mettere in conto l'effetto del tempo, che è per se stesso ablativo, ma s’esalta nel concorso favorevole delle circostanze, sicché il lento procedere degli anni, con l'incuria ed il disinteresse, diventa addirittura impetuoso nell'invecchiare le pietre, impol­verare e scolorire i quadri, tarlare le carte e sbiadire gli inchiostri.

Tratto dal libro di Salvatore Mazzarella – UOMINI E COSE DELLE MADONIE

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