Indirizzi e metodi di insegnamento nuovi e popolari nella Palermo della seconda metà del Settecento.

Un giudizio critico dello storico gangitano Francesco Alajmo e Passalacqua, a difesa del maestro gangitano Don Alberto Quattrocchi e della sua scuola popolare a Palermo, contro la scuola popolare, sempre a Palermo, del canonico Giovanni Agostino de Cosmi da Casteltermini, del quale parla in una sua opera anche lo storico gangitano padre Giustino Cigno, inserendolo però tra i più autorevoli e potenti filogiansenisti siciliani dell’epoca.

cupola chiesa madre gangiLo storico gangitano[1] padre Giustino Cigno, autore assai importante per lo studio del Giansenismo nell’Italia Meridionale della seconda metà del Settecento[2], pare che sia stato colpito (forse proprio a causa di tali sue ricerche!), da parte dei suoi stessi concittadini gangitani, da una sorta di cancellazione dalla memoria collettiva[3] (damnatio memoriae), ben più grave (perché dovuta anche a altre cause!) di quella che, in questi ultimi decenni, ha avuto per oggetto Francesco Alajmo e Passalacqua[4]. Eppure, se proprio di storici dobbiamo parlare, i più importanti storici gangitani, a oggi, sono stati padre Giustino Cigno (professore di Storia Ecclesiastica) e Francesco Giunta (professore di Storia Medievale). Un posto di riguardo meritano Santo Nasello e Francesco Alajmo. Potrei qui citare anche altri meritevoli e valenti autori gangitani sui quali però, per il momento, non scriverò.

Ma entriamo subito nel merito del presente articolo e vediamo cosa scrive Francesco Alajmo e Passalacqua, che di professione era direttore didattico[5], a proposito del maestro sacerdote gangitano Don Alberto Quattrocchi e del canonico (giansenista[6]) Giovanni Agostino De Cosmi da Casteltermini. Non farò qui il riassunto di ciò che egli ha scritto ma, per onorare la sua memoria e la sua opera di ricerca, riporterò direttamente ciò che egli ha pubblicato, citando in nota la fonte, nei dovuti modi. Premetto soltanto che Alajmo, in ciò comunque esagerando, nel suo scritto, ipotizza un debito di Agostino De Cosmi nei confronti del gangitano Alberto Quattrocchi[7] e descrive negativamente la figura di De Cosmi, senza rivelare la sua appartenenza al giansenismo (forse non per una mera dimenticanza!) e senza citare, né direttamente né indirettamente, quanto scritto ampiamente sull’argomento, qualche decennio prima, dal suo illustre storico compaesano, professore di storia ecclesiastica, Giustino Cigno[8].

Don Alberto Quattrocchi, filosofo e pedagogista, «fratello degli scultori Filippo e Gaetano nacque in Gangi da Gandolfo Quattrocchi e da Rosalia Nicosia nel 1760. Ricevette i primi rudimenti dell’umane lettere dallo zio sac. Alberto (morto in Gangi il 25 agosto 1772), il quale intuendo nel nipote una intelligenza svegliata e gran vocazione al sacerdozio lo mandò a continuare gli studi nel seminario arcivescovile di Messina. Consacrato prete e addottoratosi in filosofia, si provò, ritornato in Gangi, nel laboratorio dei fratelli a maneggiare lo scalpello. Ma la sua inclinazione agli studi anziché all’arte lo chiamava all’insegnamento, onde si trasferì a Palermo dove ben presto conosciuto ed apprezzato come maestro con l’autorizzazione del Vicerè, D. Francesco di Acquino, principe di Caramanico, nel 1785[9] aprì una pubblica scuola [popolare] nella chiesa di S. Cristoforo impartendo lezioni a contribuzione volontaria ai numerosi allievi che la frequentavano.

Il geniale maestro per maggior rendimento nel profitto dispose la scolaresca in gruppi di capacità; cioè classi, con indirizzo comune per ogni gruppo adoperando la lingua italiana per facilitare il metodo istruttivo, e facendosi aiutare da altri volenterosi maestri che insegnavano sotto la sua direzione. Sorgeva così in Palermo una scuola con un indirizzo nuovo ed un metodo pure nuovo su cui i maestri delle scuole primarie dei collegi cominciavano a porre attenzione.

Alla vigilia di vedere la sua scuola apprezzata dal Governo e di raccogliere con reggio, e regolare stipendio il frutto delle sue fatiche pedagogiche, un altro competitore, il canonico G. Agostino De Cosmi da Casteltermini spalleggiato e protetto dalle autorità borboniche del tempo, bene intuendo il nuovo metodo scolastico del Quattrocchi, riuscì con nomina reale del 1788 a soppiantarlo nell’ordinamento delle scuole di Palermo, fondendole tutte con unico indirizzo normale e ottenendo dal governo pieno e lodevole riconoscimento di pubblico maestro con regolare stipendio. Il Quattrocchi allora protestò invano nell’interesse della sua scuola [popolare] e delle sue fatiche in precedenza riconosciute, ma poi rendendosi conto dell’operato pretezionistico [pretensioso] del De Cosmi, si limitò di presentare un’istanza al governo di Ferdinando IV per avere se non altro a parità di merito riconosciuta come pubblica la sua scuola [popolare] e di essere stipendiato.

Ma la sua protesta fu considerata come atto di ribellione, la sua difesa quale sfrontata audacia ai danni del De Cosmi, la sua istanza fu respinta, la scuola fu avversata ed ostacolata dal [pretensionismo] sfacciato del competitore, al punto da indurre quel povero maestro a chiuderla, e per procacciarsi da vivere, chiese al governo che lo provvedesse d’una cappellania della R. Dogana, ed anche questa gli fu negata, motivo questo che prova l’odio del De Cosmi contro il Quattrocchi. Così la povera vittima venne sacrificata alla prepotenza. In questo modo l’attività del geniale pedagogista Anguineo [gangitano] cessò, e l’istituto magistrale di Palermo, prima detto Scuola Normale – ove le cose fossero andate con rettitudine, non il nome del De Cosmi dovrebbe portare, ma quello di Alberto Quattrocchi – Andate a credere alla storia!

Con questo però non intendiamo dire che il De Cosmi non fosse un uomo di studi e un pedagogista meno del Quattrocchi. Oltre ad essere una mente filosofica di prima linea, fu un latinista come pochi ce ne sono stati in Sicilia, e meritava ai suoi, tempi di essere tenuto in considerazione[10]; ma per il fatto della precedenza e della genialità dei nuovi metodi scolastici introdotti a Palermo, la preferenza della nomina alla direzione generale avrebbe dovuto darsi al Quattrocchi e non a lui, il quale del Quattrocchi aveva ben saputo copiare ed attuare. Che cosa fece allora Gangi in difesa delle buone ragioni di tanto suo geniale e illustre figlio? Con la solita indolenza, nulla. Come altri comuni dell’isola nel 1790 si limitò a chiedere al governo di avere anche essa le nuove scuole con intendimento forse d’affidarne la direzione al Quattrocchi. La richiesta fu negativa[11]. Il dotto maestro morì dimenticato a Gangi nel 1826, per essere ricordato nel 1888 in una biografia sul De Cosmi scritta dal notaro Gaetano Di Giovanni da Casteltermini[12], con un profilo di prete intrigante e facinoroso che per invidia e pretensione di elevarsi diede filo da torcere al De Cosmi. Ma il Di Giovanni per accreditare tutto ciò, a scopo campanilistico s’intende, non ebbe la coscienza di storico di valutare fatti e circostanze, militanti a favore del Quattrocchi e non del De Cosmi; il quale non per conto proprio, in quel crescente dissidio tra lui e il Quattrocchi ebbe di mira l’orgoglio e la forza di chi lo proteggeva e non il sentimento della giustizia e della sincerità»[13].

Ma vediamo adesso cosa scrive l’altro storico gangitano, padre Giustino Cigno (O. M. Cap.), su Giovanni Agostino De Cosmi[14]. Non farò neanche qui il riassunto di ciò che egli ha scritto ma, per onorare anche la sua memoria e la sua opera di ricerca, come ho già fatto per Francesco Alajmo e Passalacqua, riporterò direttamente ciò che egli ha pubblicato, citando in nota la fonte, nei dovuti modi.

«Il canonico Giovanni Agostino De Cosmi[15], nativo di Casteltermini, ebbe la sua formazione intellettuale nel seminario e nell’ambiente agrigentino. Anch’egli, come quasi tutta la gioventù della sua diocesi, che studiava nel seminario, e nell’annesso collegio dei santi Agostino e Tommaso, subì l’influenza di ecclesiastici “tacciati di giansenismo”[16].

Il De Cosmi esplicò la sua attività soprattutto a Catania ed a Palermo. A Catania[17], egli insegnò filosofia nel seminario e teologia all’Università[18]; a Palermo, fu l’organizzatore delle “scuole normali”, dove ancor oggi, si conserva vivo il ricordo della sua opera, specialmente attraverso l’“Istituto magistrale De Cosmi”.

Le tendenze politiche del De Cosmi, volgevano verso la democrazia ed il liberalismo[19], e tutta la sua azione mirò, come quella del Genovesi a Napoli, all’elevazione morale e materiale del popolo, ciò è dimostrato anche dalle sue memorie[20]. In filosofia, egli segue Leibnitz e Locke; in teologia, dice di essersi formato alla scuola dei portorealisti, e segnatamente del Fleury, del Pascal e del Nicole. Nelle Memorie, il De Cosmi c’informa ch’egli venerava le dottrine di S. Agostino, mentre abborriva i casisti ed i lassisti [Gesuiti], e le “nuove invenzioni dei molinisti” sulla grazia sufficiente [Gesuiti]. “Il sistema della dilettazione vittoriosa, egli scrive, mi è sembrato il più accomodato alla debolezza del mio modo di intendere”. Circa la bolla Unigenitus [che condannava 101 proposizioni del giansenista Quesnel[21]], se, da una parte, la diceva “rispettabile”, dall’altra, non la riconosceva come regola di fede. Così ripudiava le cinque proposizioni di Giansenio [la cui paternità di Giansenio era contestata dai giansenisti], ma non già tutte le dottrine di coloro, che erano tacciati da giansenisti[22].

In De Cosmi fu ammiratore di Van Espen[23] e di Hontheim[24], appoggiò le riforme del vicerè Caracciolo[25], e difese i privilegi delle chiese siciliane, ed i diritti dello Stato contro la Curia di Roma[26]. Più tardi, egli elogerà Pietro Leopoldo[27], il grande protettore del maggiore esponente del giansenismo italiano, Scipione dei Ricci, per le ardite riforme ecclesiastiche introdotte in Toscana[28].

Ebbene, tutto, nella vita e nelle vicende del De Cosmi, tende a dimostrarci che egli non dubitò un solo istante, della bontà della causa per cui combatteva, sebbene un anonimo lo avesse accusato come “miscredente”, che “guastava il capo alla gioventù”, accusa contro cui egli reagì energicamente[29]. E quando, con i moti rivoluzionari e gli eventi successivi, mutarono governi, sistemi politici e programmi, il pedagogista siciliano, nonostante i sospetti e le molestie di cui fu bersaglio, rimase saldo nelle sue opinioni[30].

In quanto al suo pensiero religioso, se è indubbia la sua simpatia per le dottrine di Port-Royal, e per le idee gallicano-quesnelliste [antiromane e anticurialiste], è altresì certo che le sue opere non contengono affermazioni ereticali, e non furono, perciò, censurate; mentre egli si mantenne sempre in armonia con le autorità ecclesiastiche. Il De Cosmi non fu dunque un ribelle, non fu un giansenista nel senso stretto della parola, ma filogiansenista innegabilmente[31].

Ebbene, queste notizie, per quanto incomplete, ci lasciano intravedere che, ad Agrigento, doveva serpeggiare una notevole corrente giansenistica, almeno negli ambienti ecclesiastici. Ce ne dà conferma il fatto che, dopo l’abolizione dell’Inquisizione[32], quasi a supplire la vigilanza esercitata dalla medesima contro gli errori, durante l’episcopato del cardinale Branciforte, s’introdusse in quella diocesi il giuramento antigiansenistico, per coloro che dovevano salire al sacerdozio, o dovessero ricevere benefici o cariche di qualche importanza. Il formulario esigeva la sottomissione a diverse bolle pontificie, segnatamente alla Unigenitus. Tuttavia, questo giuramento non durò a lungo, perché la Corte di Napoli, temendo che esso introducesse lo spirito dell’abolita Inquisizione, ordinò che fosse senz’altro soppresso[33]»[34]-

 


[1] Nativo di Gangi, oggi in provincia di Palermo.

[2] Giustino Cigno, al quale toccò la strana sorte di essere difeso da Benedetto Croce da alcuni attacchi provenienti da certi ambienti e da una rivista clericale milanese, pur essendo lui un religioso, è praticamente citato, direttamente o indirettamente, da tutti gli studiosi e ricercatori che si sono occupati e che si occupano seriamente della questione del Giansenismo nell’Italia Meridionale del Settecento.

[3] Non lo cita, come vedremo, neppure Francesco Alajmo nello scritto che qui riporto. Eppure, tale suo scritto riguarda il giansenista Giovanni Agostino De Cosmi, ampiamente preso in considerazione da Giustino Cigno nella sua opera sul Giansenismo nell’Italia Meridionale della seconda metà del Settecento, pubblicata qualche decennio prima.

[4] Ciò non significa, chiaramente, che ciò che essi hanno scritto non sia criticabile, migliorabile, emendabile ecc. Il problema infatti è di natura ben diversa!

[5] Fu medaglia d’argento del Ministero della Pubblica Istruzione e membro della Società Siciliana per la storia Patria.

[6] Ma questo Alajmo non lo scrive, lo scrive invece come vedremo Padre Giustino Cigno. Cfr. F.P. Pinello,L’amore è il peso che dà il moto all’anima. Giansenismo e massoneria nella seconda metà del Settecento siciliano: l’“Accademia degli Industriosi di Gangi di Giuseppe Fedele Vitale e di Gandolfo Felice Bongiorno. Lo Spirito Santo, la sua Santissima Sposa Maria Vergine Assunta in Cielo, la Passione del Divin Redentore, l’“Ingegnosa Industre Macchina” dell’“Oriuolo”, i “Sonetti a Corona”. In appendice, la “Clementia Mundi” di Palazzo Bongiorno, sede dell’Accademia degli Industriosi, a Gangi, e l’“Allegoria (o Trionfo o Elogio) della Clemenza” di Palazzo Altieri, sede dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana), a Roma, ed. Lampi di stampa, Vignate (Milano);F.P. Pinello,Gli affreschi di Palazzo Bongiorno, “dimora filosofale” a Gangi. Letti mediante l’iconologia di Cesare Ripa e alcuni concetti ricavati dalle opere pubblicate a stampa, dal 1758 al 1777, dall’Accademia degli Industriosi di Gangi, Vignate (MI) 2015;F.P. Pinello,Il Palazzo Bongiorno di Gangi. Il ruolo dei tre fratelli Bongiorno (Francesco Benedetto, Gandolfo Felice e Cataldo Lucio), l’Accademia degli Industriosi, Gaspare Fumagalli e Pietro Martorana.Filogiansenismo e filomassonismo nell’entroterra siciliano, nel ventennio 1750-1770. I preti “inquieti sediziosi e tumultuanti”. Dinamiche culturali analizzabili mediante la semiotica della cultura, 28 marzo 2016http://www.losservatorio.info/component/content/archive/2016/3.html?Itemid=101; F.P. Pinello, Architetti in Sicilia nel Settecento. Cos’era un architetto in età antica, medievale e moderna, a Palermo e in Sicilia?, http://www.losservatorio.info/83-architetti-in-sicilia-nel-settecento.html. Non si comprende come, oggi, ai nostri giorni, dopo tutte le ricerche che sono state effettuate su questi argomenti, si possa pretendere di fare storia (relativamente all’epoca qui presa in considerazione e ai luoghi) senza conoscere e senza riconoscere, all’occorrenza, il peso e l’importanza del Giansenismo nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Settecento, nonché della Massoneria.

[7] De Cosmi, cioè, in ordine ai nuovi metodi scolastici introdotti a Palermo, secondo Alajmo, avrebbe copiato dal gangitano Quattrocchi.

[8] Lo storico gangitano Santo Naselli, in una sua opera degli anni Quaranta del secolo scorso su Gangi e sui Gangitani illustri, inserì Giustino Cigno tra i Gangitani insigni (insieme al fratello Dionigi Cigno), ma nell’edizione successiva, qualche decennio dopo, su di lui (e sul fratello) però tacque. Ecco cosa scriveva, nel 1949, Santo Naselli, a proposito di P. Giustino Cigno, alla voce Gangitani “Contemporanei insigni”: «P. GIUSTINO CIGNO – […] Professore di scienze storiche e teologiche. Si laureò a Lovanio (Belgio) [la città e l’università di Baio e di Giansenio]. Ha pubblicato delle opere sulla Storia Ecclesiastica: qui citiamo il volume: “Il Giansenismo nell’Italia Meridionale”, nel quale tratta magistralmente e con profondo senso critico l’argomento. Detta opera fu premiata dall’Accademia d’Italia e dall’Università di Lovanio», cfr. S. Naselli, Engio e Gangi: nella storia, nella leggenda, nell’arte, Palermo 1949, p. 184. Furono quelli anche gli anni e i decenni in cui si lavorò per far decollare, con ancora maggior spinta rispetto al recente passato, a Gangi, il culto per san. Cataldo come patrono di Gangi (in sostituzione – e per alcuni già allora in aggiunta – dello Spirito Santo e di Maria Vergine Assunta in Cielo Santissima Sposa dello Spirito Santo: e cioè dei Patroni e Protettori Celesti dei Bongiorno, di Giuseppe Fedele Vitale e degli Accademici Industriosi di Gangi, filogiansenisti, nella seconda metà del Settecento).

[9] A quel tempo la parabola del giansenismo siciliano (dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Settecento) si era già conclusa e l’Accademia degli Industriosi di Gangi aveva già cessato di pubblicare le sue opere e, verosimilmente, anche di riunirsi. Non fu un caso se, proprio dopo questo periodo (il Seicento gangitano ebbe un rapporto assai particolare con la cultura ufficiale cattolica della controriforma!), a Gangi esplose un’ondata di culto per i santi e di devozionismo, testimoniata anche (ma non solo) dalla produzione scultorea dei due fratelli del Quattrocchi che stiamo qui prendendo in considerazione. È dei primi anni dell’Ottocento, per esempio, l’ingresso del dipinto su tela di sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel Santuario dello Spirito Santo. Evidentemente, a Gangi si era voltata pagina! Ma alcuni di coloro che avevano capeggiato il movimento giansenista e filogiansenista, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Settecento, erano ancora in vita e, come Giovanni Agostino De Cosmi, erano ancora in grado di esercitare e di far valere tutto il loro peso e tutto il loro potere (dando filo da torcere, per esempio, al gangitano Don Alberto Quattrocchi). Alajmo scrive che, a Gangi, la sepoltura gentilizia dei baroni Bongiorno fu “vandalicamente e sacrilegamente distrutta e ridotta a magazzino della Matrice” (F. Alajmo e Passalacqua, La Chiesa di Gangi nell’era pagana e cristiana. Monografia Storica Contributo alla Storia Ecclesiastica della Sicilia, Società Tipografica Salesiana, Palermo 1958, p. 90). Sempre Alajmo ci informa che Gandolfo Felice Bongiorno (fratello del barone Francesco Benedetto e Principe dell’Accademia degli Industriosi di Gangi), nel 1800, “per l’insipienza del popolo” (si faccia molta attenzione a questa espressione di Alajmo!) emigrò a Palermo dove si spense (op. cit., p. 92).

[10] Qui l’uso della punteggiatura, e cioè della virgola tra “suoi” e “tempi”, da parte dell’Alajmo, potrebbe essere voluto e non essere un refuso.

[11] Archivio di Stato di Palermo: Reale Segreteria, Vol. 99, filza 5247.

[12] G. Di Giovanni, Vita e opera di G. Agostino De Cosmi, Palermo 1888, p. 163.

[13] F. Alajmo e Passalacqua, La Chiesa di Gangi nell’era pagana e cristiana, pp. 101-104.

[14] Giustino Cigno non fa alcun cenno sulla questione del Quattrocchi raccontata da Francesco Alajmo.

[15] Per Giustino Cigno è legittimo supporre che l’orientamento filogiansenista del pedagogista De Cosmi fu dovuto, oltre che al Marullo, al Lo Presti e all’Avvocati, anche all’influenza di Cannella, che superò tutti gli altri per il suo spirito decisamente giansenista e antiromano (anticurialista e antigesuita).

[16] A. Lauricella, Notizie storiche del seminario e del collegio dei santi Agostino e Tommaso di Girgenti, Agrigento 1892, pp. 72 ss., 86 ss.

[17] Dove De Cosmi lavorò accanto al vescovo palermitano filippino e giansenista Salvatore Ventimiglia che, come abbiamo visto nell’articolo Architetti in Sicilia nel Settecento”, svolse un ruolo di primaria importanza a proposito della nascita dell’Università a Palermo (all’inizio Regia Accademia degli Studi) e, in seno a essa, della cattedra di Architettura civile (affidata a Giuseppe Venanzio Marvuglia), inserita tra gli insegnamenti della facoltà di filosofia.

[18] G. Di Giovanni, La vita e le opere di G.A. De Cosmi, p. 91; E. Catalano, Liberalismo economico e religioso e filogiansenismo in G.A. De Cosmi, Milano-Roma-Napoli 1926, p. 32.

[19] E. Catalano, Liberalismo economico e religioso e filogiansenismo in G.A. De Cosmi, p. 36.

[20] Memorie della mia vita. Furono pubblicate da G. Di Giovanni ne La vita e le opere di G.A. De Cosmi. I manoscritti principali del De Cosmi sono conservati nella Biblioteca Ventimiliana di Catania, legati in 4 volumi (segn. XXIX-1-5).

[21] La Unigenitus Dei Filius, emanata l’8 settembre 1713, è la costituzione apostolica (emessa in forma di bolla papale) con la quale papa Clemente XI condannò 101 proposizioni tratte dalla seconda edizione dell’opera giansenista Réflexions morales di Pasquier Quesnel. Poiché i quesnellisti, i giansenisti, i filogiansenisti, gli anticurialisti, ne contestavano il valore (perché, a loro dire, non conteneva regole di fede), la Unigenitus dovette essere riconfermata da Innocenzo XIII, con un decreto dell’8 gennaio 1722 e nel Sinodo di Roma dell’anno 1725, e anche da Benedetto XIV, con l’enciclica Ex omnibus cristiani orbis del 16 ottobre 1756.

[22] Ivi, pp. 67-83.

[23] Van Espen Zegen Bernardo fu uno dei più dotti canonisti della seconda metà del Seicento e dei primi due decenni del Settecento. La sua opera più ricercata e più letta fu il Jus Ecclesiasticum Universis. Laureatosi in Giurisprudenza a Lovanio nel 1675, occupò con molto successo una cattedra nel Collegio fondato da papa Adriano IV. I suoi sentimenti intorno al Formolario e alla Bolla Unigenitus riempirono di amarezza gli ultimi tempi della sua vita, cfr., Nuovo Dizionario Istorico ovvero Istoria in Compendio Di tutti gli Uomini, che si sono renduti celebri per talenti, virtù, sceleratezze, errori &c. Dal principio del mondo sino ai nostri giorni. Composto da una Società di Letterati, Tomo X, Napoli 1792, Per Vincenzo Flauto, p. 80.

[24] Johann Nicolas Von Hontheim, vescovo ausiliario vicario generale di Treviri e canonista, pubblicò nel 1763, a Francoforte, con lo pseudonimo di Justinus Febronii, l’opera dal titolo Iustini Febronii iureconsulti De statu Ecclesiae et legitima Potestate Romani Pontificis Liber singularis ad reuniendos dissidentes in religione christianos compositus. Meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Febronio, fu l’iniziatore del movimento del febronianismo che da lui prese il nome e che ebbe subito grande successo nei paesi tedeschi a causa dello spirito antipapale di quei tempi. Influenzato dal gallicanesimo, dal giansenismo, dal regalismo e da Van Espen, Febronio concepì un sistema di costituzione ecclesiastica nazionale, favorendo la lotta contro l’autorità del papato. La sua opera fu subito messa all’Indice (27 febbraio 1764) e provocò molte confutazioni da parte cattolica.

[25] Caracciolo era massone.

[26] E. Catalano, ivi, pp. 34ss., 43.

[27] Figlio dell’imperatore massone Francesco I di Lorena e Fratello di Maria Carolina d’Austria, moglie di Ferdinando Borbone re di Napoli e di Sicilia.

[28] Cfr. il suo discorso Per la serenissima arciduchessa d’Austria Maria Clementina, principessa ereditaria delle Due Sicilia, Palermo, 1802, p. 15.

[29]G. Di Giovanni, ivi, p. 123.

[30]E. Catalano, ivi, p. 48ss.

[31] Ivi, p. 35.

[32] A proposito dell’attività dell’Inquisizione sulle Madonie, cfr., M. Siragisa, Radici economiche e sociali della Santa Inquisizione sulle Alte Madonie (Secc. XVI-XVII), Lancillotto e Ginevra Editori, Cefalù 1999; S. Mazzarella – P. Corrao - M. Siragusa-, Poteri e società nelle Madonie tra Medioevo ed età moderna: l’Inquisizione, in L’Agrifoglio, Bollettino 2002, Materiali per una storia culturale delle Madonie, pp. 37-95; F. Figlia, Poteri e società in un comune feudale, Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1990; S. Mazzarella, Uomini e cose delle Madonie, Ed. Grifo, Palermo 1996.

[33] Annali ecclesiastici di Firenze, t. III (1783), p. 48. Tale rivista era edita a cura dei giansenisti fiorentini.

[34] G. Cigno O.M. Cap., Giovanni Andrea Serrao e il Giansenismo nell’Italia Meridionale (Secolo XVIII), Università di Lovanio, Collezione di Studi pubblicati dal “Membres del Conferences d’Histoire et de Philologie”, Libreria Editrice Ciuni, Scuola Tipografica R. Istituto D’Assistenza, Diretta da Marcello Manni, Palermo 1938-XVI, pp. 342-344.

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