È passato un anno, il vento soffiava come donne che strillano e si strappano i capelli, nudi gli alberi come scheletri crocifissi, il cielo denso, amaro e un odore acre che riempiva la mente e l’anima fino alla nausea, e poi ricordo la mimosa davanti casa stranamente fiorita, ultimo omaggio a colui che le diede la vita.

Sono passati i giorni, le settimane, i mesi, mi sono buttata nella vita di ogni giorno per sopravvivere al mio dolore, per ubriacarmi di stoltezza e quotidianità. Sono scesa in strada a cercarti, anche se non lo sapevo, ovunque ho avuto l’impressione di ritrovarti, di riconoscerti. Ti ho visto in tv un giorno, eri intento al tuo lavoro, seduto alla scrivania, per un attimo ho creduto che mi fossi destata da un incubo e che tu saresti davvero tornato a casa… poi la ragione ha avuto la meglio e si è portata via quel servizio registrato che per un attimo mi aveva ridestato l’anima. È arrivata la primavera, i narcisi e le fresie odoravano l’aria, il cielo terso come la carta di certe caramelle, avrei voluto che quel sole riscaldasse anche te, che desse vigore alle tue membra come ai germogli e alle spighe, avrei voluto perdermi in quell’azzurro come facevamo spesso fantasticando sul senso ultimo dell’esistenza. Sentire i caccia militari passare e ridere insieme ancora, ricordando quel che diceva la nonna ogni volta. Ma è giunta l’estate e da sola ho guardato il mare sperando di vederti arrivare all’orizzonte, come quel vascello che aspetti tutta la vita e spesso non sai riconoscere preso dalla tua attesa. È arrivato l’autunno, son cadute le foglie, la natura adesso dorme insieme a te che non ti sei svegliato. È tornato l’inverno e tu sei ancora là fuori, mi pare di vederti nel viale qualche volta camminare verso casa ma non arrivi mai davanti la porta, resti lì fuori ed io qui ad aspettarti.

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