Mio nonno diceva sempre che il posto ideale per piantare una vite è laddove il terreno appare scosceso, arduo, ostile a qualsiasi pianta o forma di vita. Perché esattamente come la vita, le radici della vite, nel terreno apparentemente più sterile, andranno in fondo a cercare nutrimento. Volevo che la mia vite avesse un destino diverso per questo l’avrei aiutata a crescere scegliendo per lei il terreno migliore. Ma la mia pianta non attecchiva come avrebbe dovuto, i suoi tralci avvizzivano prima ancora di germogliare e i suoi pampini, accartocciati come cannoli, si sbriciolavano tra le mie mani.

Era diventata come quei formicai che brulicavano di vita e che ammiravo per ore, finché non decidevo di intervenire ché mi pareva ingiusto il loro destino. Volevo permettere loro di essere un po’ cicale, così da godere anch’esse dell’estate, e allora salivo al mulino del nonno e di nascosto mi calavo nel grande imbuto di legno che raccoglieva il grano destinato alla molitura e ne rubavo quanto più possibile riempiendomi le tasche, con difficoltà poi, mi tiravo fuori di lì e correvo al mio formicaio. Mi chinavo su di esso e felice lasciavo cadere poco alla volta i semi nel piccolo foro dal quale frettolose uscivano le formiche a cercare cibo, ma quei semi finivano per ostruire quella piccola via d’acceso, e ad un tratto tutto si fermava, soffocato dal mio amore, quel brulicare taceva. Cercavo allora di liberare quella via di accesso ma più le mie dita provavano a togliere i semi in eccesso più essi scivolavano inesorabilmente e ostruivano mortalmente quella minuscola cavità. Avrei voluto cambiare il loro destino e invece ne avevo causato la morte più in fretta. Ho rivissuto questa scena innumerevoli volte insieme a quel senso di angoscia, di impotenza che la accompagnava, perché ci sono cose che non possiamo cambiare nostro malgrado. Così è la morte e quello che si prova quando la si guarda in faccia, perché ciò che resta è solamente quello che abbiamo vissuto; il nostro essere a questo mondo è direttamente proporzionale alla nostra capacità di sentire, di soffrire e di cogliere il senso sottile delle cose, perché se le radici della mia vite non faticano per cercare nutrimento, se le mie formiche smettono di essere formiche per diventare cicale, allora il mio vino non avrà sapore e i miei formicai non avranno fascino. “Patei matos”, dice il coro nell’Agamennone di Eschilo, sapere è soffrire, Zeus la via della saggezza apre sancendo questa dura legge. Nulla si comprende se non colpisce, se non scalfisce, se non avvelena, stilla dopo stilla, perché è proprio quello che ci uccide, o che non riesce a ucciderci, a salvarci fondamento sul quale si base il principio di similitudine, la cura più antica del mondo. Noto anche come "principio dei simili", il principio di similitudine sostiene che una sostanza capace di indurre una serie di sintomi in un organismo sano, sarebbe anche in grado, a certe condizioni, di curare quegli stessi sintomi "similia similibus curentur". Questo principio empirico, radicato fin dall'antichità, è ripreso anche da Ippocrate (460-377 a.C.), considerato il primo medico della medicina razionale nel mondo occidentale, e come ogni principio c’è una storia che lo avvalora o lo smentisce. Mitridate VI (132-63 a.C.), re del Ponto, temendo di essere avvelenato, chiese al medico di corte di preparargli un antidoto, così per tutta la vita, ogni giorno leccò una stilla di un miscuglio di cinquanta veleni diversi fino a diventarne immune. Devo dire, a ragion di cronaca, che non gli servì a molto, perché di spada morì, ma dimostrò che l’omeopatia e il principio di similitudine sul quale si basano anche i vaccini, aveva un suo fondamento. Così anche noi impariamo a morire poco alla volta, sorseggiando le nostre amarezze, tracannando i nostri dolori e il veleno che accompagna i più amabile e fragili ricordi, persino nel piacere estremo moriamo un po’ e quell’orgasmo diventa un’anticamera dove sperimentare il non essere più, une petite mort. Lo scopriamo sulla nostra pelle e certe cose non cambiano, è il nostro destino.

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