Scrivere, sapere che dall'altra parte qualcuno leggerà queste parole, dà un senso a molte cose che un senso non avranno mai. Scrivere è un atto egoistico, quasi narcisista, è imprimere un segno, inciderlo sul tempo, graffiare l’intangibile, l’effimero. È una sfida, un sogno che anela di oltrepassare la notte e conoscere la luce.

Scrivere traduce quell’incontenibile urgenza di dire, di sentire, di parlare per dipanare la matassa, trovare il filo che in un attimo di concentrazione estrema entrerà nella cruna di quell'ago destinato a cucire, a cucirci addosso le nostre emozioni, le nostre effimere esistenze come un abito da abitare, come una casa da riempire. La sola nostra ricchezza, tutto ciò che resterà di noi, le nostre variopinte suggestioni ed emozioni perché nessuna è uguale alla precedente, tanti pezzi di stoffa cuciti tra loro, un momento, un giorno, uno sguardo, un tramonto, un sorriso, una buca da scavare nella sabbia dove buttare dentro tutti i perché che restano insoluti come cappi ai quali impiccare le nostre persuasioni, tutte le parole morte a fior di labbra o tutto l’azzurro, per morirci dentro, come un panno steso sfuggito alla morsa di una pinza in una giornata ventosa.
Io credo in tutta questa evanescenza che è la nostra esistenza appiccicata addosso come un abito bagnato, per questo separarci da ciò che abbiamo abitato, fatto nostro, indossato è sempre una lacerazione, uno strappo, che col tempo impariamo a ricucire ma che resta come una cicatrice, segno di cadute, di smarrimenti, di momenti di felicità. Le sfioriamo a volte, in strani momenti, e quelle più amare sono le cicatrici dell’anima che nascondiamo gelosamente come un condannato le sue frustate, che restano come segni evidenti di prigionie amare che diventano poi, chissà perché, i nostri paradisi perduti. È così faticosa da vivere la libertà, perché i labirinti che ci costruiamo addosso sono così ben curati, comodi, vellutati che è difficile uscire da essi e non certo per l’impossibilità di trovare la via ma perché quasi sempre è ciò che ci tormenta a tenerci in vita, è ciò che ci addolora che ci procura piacere, e niente è più desiderabile della possibilità della fuga senza mai volerla.

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